Parrocchia di Gesù Redentore - Arcidiocesi di Modena e Nonantola
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Parola e Liturgia

16/5/2010 Ascensione del Signore (C)

verso la gerusalemme celeste

Commento tratto dal sito: www.dehoniane.it

 

L'Ascensione, mistero di Cristo, riguarda la persona e la missione del Figlio di Dio. Venuto un giorno fra gli uomini di cui ha assunto la natura, al momento fissato dal Padre, egli è ritornato presso di lui passando per la morte e la risurrezione. Ma questo mistero riguarda anche tutta l'umanità, il mondo intero, ciascuno in particolare. Bisogna quindi considerarlo sempre sotto questo duplice aspetto e non come un episodio isolato della vita del Cristo.
Per evocare l'Ascensione del Signore si ricorre ad immagini: "Gesù è asceso", "si è elevato", "al cielo", "in alto". Prendere queste espressioni alla lettera e pensare alla partenza di Gesù come a un trasferimento dalla terra a chissà dove, lassù, sarebbe un grave errore. Il Signore è ormai nella gloria, presso il Padre: ecco ciò che dice la fede, facendoci meditare sugli immensi benefici che quest'esaltazione ha procurato al mondo. Questi beni inestimabili derivano dall'invio dello Spirito Santo da parte del Cristo "asceso al cielo".
Come ogni anno, la liturgia della Parola ha come tela di fondo il racconto più dettagliato del Nuovo Testamento: quello degli Atti degli apostoli. Parallelamente, si legge la relazione dell'avvenimento che conclude il Vangelo secondo Luca. L'autore degli Atti degli apostoli aveva già focalizzato l'attenzione sulla promessa dell'invio dello Spirito, che doveva dare agli apostoli la forza di essere, nel mondo, i testimoni della risurrezione del Signore. Ma qui si notano alcune significative precisazioni. Prima di lasciarli, Gesù ha detto agli apostoli che la sua morte, la sua risurrezione e la chiamata di tutte le nazioni alla conversione compivano le Scritture. Gesù si separa dai suoi con un gesto liturgico, benedicendoli. Infine, Luca aggiunge che gli apostoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia "e stavano sempre nel tempio, lodando Dio".
Da parte sua, la lettera agli ebrei presenta l'Ascensione di Cristo come il suo ingresso nel santuario dei cieli, dove intercede per noi e da dove ritornerà una seconda volta "per la salvezza di coloro che lo aspettano". L'Ascensione del Signore è quindi un mistero di speranza che non lascia inoperosi: "Non restate lì a guardare il cielo! Andate nella pace di Cristo!".

Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 24, versetti 46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto". Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

1. IL MESSAGGIO DELL’ASCENSIONE NEGLI ATTI

San Luca dice (At 1,9): «Fu elevato in alto». E’ un’espressione che già nell’Antico Testamento ha un preciso senso storico; con il termine «elevare» si descriveva la celebrazione dell’intronizzazione regale. Il Signore, parlando di Davide, dice per bocca del salmista: «Ho innalzato un eletto tra il mio popolo» (Sal 89,20). Nel Nuovo Testamento, soprattutto Giovanni userà questo termine, per dire che «il Figlio dell’uomo deve essere innalzato» (12,32‑34).
Alla luce della parola di Dio la festa dell’ascensione diviene così la celebrazione dell’insediamento di Cristo nella regalità: il crocifisso «elevato» da terra viene riconosciuto come Signore del mondo. Tale riconoscimento viene a Cristo direttamente da Dio; il testo dice: «Fu elevato ... fu assunto»: sono verbi passivi il cui soggetto è Dio, che fa entrare Gesù nella prossimità divina («alla destra»); il trono di Cristo d’ora in poi, sia come uomo che come Dio, è nell’intimità del Padre. Tale insediamento viene descritto con un’altra immagine classica del linguaggio biblico: «Una nube lo sottrasse al loro sguardo» (v. 9). L’immagine della nube è sempre stata il segno della manifestazione di Dio, e quindi sta ad indicare anche qui non tanto la «partenza» di Gesù, quanto piuttosto la vicinanza di Dio. Il Signore avvolto nella nube è l’immagine centrale della celebrazione odierna. Essa rimanda alla nube teofanica del Sinai, alla nube che era sopra la «tenda del convegno» nel deserto, alla nube che guidava il popolo nelle sue peregrinazioni verso la «terra del riposo»... fino alla nube della trasfigurazione; il significato è sempre il medesimo: la vicinanza di Dio come Signore della storia, come colui che dà senso alla vita di ogni giorno.
C’è ancora un’immagine da mettere in risalto; Luca (At 1,3) dice: «Apparendo loro per quaranta giorni». C’è forse uno spazio di tempo reale tra la risurrezione di Gesù e la sua ascensione? No, di certo: risurrezione ed ascensione coincidono nell’unico atto della glorificazione del Signore Gesù. Il numero quaranta sta ad indicare il periodo dell’iniziazione della chiesa alla vita dello Spirito. Jahvé aveva fatto i suoi quarant’anni di deserto col popolo della promessa, prima di entrare nella terra di Canaan, la terra del «riposo» (Sal 95). Cristo trascorre quaranta giorni nel deserto prima di iniziare la vita pubblica, che culminerà nella sua morte e risurrezione come esodo in cui egli porta a compimento la sua missione salvifica. Ora anche lo Spirito (nella carne della prima chiesa) deve fare i suoi quaranta giorni di iniziazione prima di incamminarsi attraverso la storia. In questo tempo iniziatico, durante le sue apparizioni Gesù attua il passaggio delle consegne.

2. IL MESSAGGIO DEL VANGELO

Cristo dà alcune consegne precise; trasmette una missione concreta invita ti superare la tentazione di voler chiudere entro i confini del tempo e dello spazio ciò che invece è nato per oltrepassare ci] annullare questi confini. In Atti 1,6 gli apostoli chiedono «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». E’ una domanda a cui Gesù non dà una risposta diretta. Egli dice infatti: non è questo il problema; non si tratta di ricostruire i confini materiali del regno d’Israele, ma di romperli definitivamente: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (v. 8). Testimoni di che? Di questo annuncio preciso: «Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutto le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (1Lc 42,46‑47).
     Cominciando da Gerusalemme ci sarà un regno nuovo che confesserà una precisa fede nel mistero di Cristo morto e risorto, e annuncerà la promozione piú autentica dell’uomo, fondata sul perdono e sulla conversione. In Gesú l’uomo è finalmente entrato, in modo nuovo e inaudito, nell’intimità di Dio. La conversione riporta l’uomo sulle strade di Dio, il perdono porta Dio sulle strade dell’uomo: così l’uomo ritrova Dio come compimento ultimo della sua vita.
La missione comincia e si compie in Gerusalemme, considerata ormai non più come un luogo geografico, ma come una realtà presente dovunque si attua il progetto di salvezza. Nei testi di questa liturgia, il nome della città santa ricorre quattro volte: «Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme ‑ mi sarete testimoni a Gerusalemme ‑ cominciando da Gerusalemme tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (At 1,4.8; Lc 24,47.52). Tutto si compie nel mistero di questa città. E’ la città della stirpe di Davide, la città del figlio di Davide e di tutti i figli di Davide, cioè del popolo che nasce, cresce, cammina dentro di essa.
Tutta la vita del Signore Gesù è descritta come un «andare» verso Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua pasqua: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Lc 13,33). Ora la chiesa, ricevuta la consegna di Gesù, «cominciando da Gerusalemme» inizia anch’essa il suo cammino.
La visione profetica dell’Apocalisse presenta questa città come dono di Dio. Essa infatti non sale verso Dio, ma scende da Dio verso l’uomo. Così la nuova Gerusalemme diventa la meta verso cui tende l’umanità, che viene invitata a camminare verso il compimento ultimo della sua salvezza.
Questi testi contengono un esplicito richiamo alla missione, vista come un cammino ascensionale durante il quale il discepolo sperimenta ogni giorno il senso del provvisorio. Infatti ascendere vuol dire sperimentare l’insufficienza del momento presente; ad ogni passo in avanti si capisce che quanto si era raggiunto non basta più. Se dentro di noi si radica la dimensione del salire, emerge subito attorno a noi il senso della precarietà delle cose marginali. In questo cammino ci si spoglia e ci si arricchisce; ci si appassiona all’essenziale perché diventa del tutto indifferente il marginale. Non si può ridurre la fede a una specie di gestione ordinaria di un piccolo o grande bagaglio acquisito: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). La fede non contempla qualcosa di avvenuto e di statico: essa indirizza alla continuazione dell’opera di Cristo; quindi indirizza a un cammino nello Spirito.
Altra caratteristica della comunità missionaria è la lode e la gioia: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio, lodando Dio» (Lc 24,53). E’ questo il messaggio finale del Vangelo di Luca.

3. IL MESSAGGIO DELLA LETTERA AGLI EBREI

Tale atteggiamento di gioia e di lode descrive lo stato permanente della comunità e non fa che riflettere ciò che il Cristo vive in permanenza nella gloria del Padre.
Cristo nella gloria è un anticipo, un segno di ciò a cui è chiamata tutta la famiglia umana: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
Cristo, primizia, attraverso il «velo» della sua carne ha inaugurato la nuova via verso la casa del Padre. Egli dà all’umanità la fisionomia definitiva che le compete: essere orante in permanenza, in stato di perenne celebrazione. L’autore della lettera agli Ebrei ripensa tutta la vicenda di Cristo, la sua storia e il suo mistero, in termini sacerdotali; l’ultima, stabile e permanente fisionomia di Cristo è quella del sommo sacerdote che entra nel tempio per una sola offerta, di valore unico ed infinito, a nostro favore. Ciò che Cristo vive e celebra attraverso il «velo» della sua carne, la comunità cristiana oggi lo vive e lo celebra attraverso il «velo» del segno liturgico.

I commenti alle letture dell'ultima celebrazione festiva:

Il SalmoVangelo

Altre risorse:

Orari delle celebrazioni